Napoli batte Parigi e Lisbona. E’ ufficiale: nel 2012 sarà il capoluogo campano ad ospitare l’Expò dello spazio, il più grande evento del settore Aerospaziale a livello mondiale. Una manifestazione cui è attesa la partecipazione di circa 5000 tra delegati delle varie Agenzie Spaziali Internazionali, studenti, docenti universitari, uomini di stato e aziende del comparto High-Tech, che si riuniranno in città all’inizio dell’autunno del 2012. Napoli era in gara con altre 5 pretendenti, tra queste Parigi e Lisbona. La notizia della designazione è arrivata questa mattina dall’ambasciatore italiano in corea del sud (dove è appena terminata l’edizione di quest’anno), Massimo Leggeri, collegato in diretta dalla sede consolare con la sala giunta di palazzo San Giacomo dove era presente il sindaco, Rosa Russo Iervolino
La presenza del centro aerospaziale (Cira) a pochi chilometri di distanza (Capua), il porto, il secondo al mondo dopo Hong Kong per traffico di passeggeri, l’Aeroporto Internazionale di Capodichino e un sistema di trasporti moderno ed efficiente, che coniuga la metropolitana dell’arte con l’Alta velocità queste le carte vincenti giocate dall’amministrazione comunale. Il Comune di Napoli, con il sostegno del Governo Centrale e in stretta cooperazione con la Regione Campania e la Provincia di Napoli, stava lavorando da un anno e mezzo per portare in città l’evento che, con il forum internazionale delle culture 2013, dovrebbe assicurare una ricaduta socioeconomica e d’immagine per tutto territorio.
Marco Travaglio sarà ad "Annozero" che riparte in prima serata giovedì su Raidue. «Lui ci sarà - ha detto Michele Santoro nella conferenza stampa sulla ripresa della stagione che parte con una puntata dal titolo "Farabutti" - con o senza contratto, in bicicletta o in altra maniera».
«Se non c'è Travaglio - ha detto ancora Santoro - non c'è Annozero perchè lui simboleggia una precisa direzione che la Rai deve prendere».
«Posso garantire che non c'è alcuna legge che affidi all'Agcom una qualche possibilità di fare censure preventive. Sarebbe come fermare Totti prima di una partita perchè potrebbe fare un fallo da espulsione», ha sottolineato giornalista.
Sulla questione, che riguarda in particolare le passate delibere dell'Agcom su Annozero e Marco Travaglio, è previsto domani un incontro tra il dg Rai Mauro Masi e il presidente dell'Autorità garante per le comunicazioni, Corrado Calabrò.
Conferenza stampa carica di momenti di tensione a Viale Mazzini. Le polemiche che hanno preceduto il ritorno di Santoro sono esplose al tavolo dell'incontro nel momento in cui si affrontava il tema degli strumenti e delle risorse necessarie per la trasmissione. I contratti sono stati firmati con un certo ritardo e ostacoli e incomprensioni si sono verificati per l'assegnazione delle troupe, il tutto, secondo il direttore di rete, Massimo Liofredi, solo per ragioni «tecniche» .
«Sei un bugiardo. E querelami se vuoi, ma non ti conviene», ha detto Santoro al direttore di Raidue, mentre dava ai giornalisti la sua versione dei fatti. «Nessuna querela», ha sottolineato Liofredi. Il clima della conferenza stampa è stato così sintetizzato dal consigliere di amministrazione Rai Nino Rizzo Nervo: «questa conferenza stampa è il simbolo dell'anomalia italiana dove un direttore di rete presenta una trasmissione che di fatto non condivide».
A colloquio con il professor Benjamin Barber, ex-consigliere di Bill Clinton. Barber è a Istanbul per l’«Interdependence day», un convegno che nei giorni intorno all’11 settembre viene promosso ogni anno dal movimento Civworld che a lui fa capo.
Cos’è rimasto, professor Barber, del terribile impatto che gli attacchi alle Torri gemelle ebbero sulla coscienza civile americana?
«L’effetto rimane ed è forte. È una ferita inferta in profondità, che, per quanto si rimargini, continua a far male. Quando vieni colpito al cuore, ne risentirai per tutta la vita. Finalmente però siamo riusciti ad andare oltre la politica della paura, cioè l’uso politico che Bush e Cheney fecero delle angosce suscitate dagli attentati. Quel tipo di politica sta venendo meno anche perché siamo riusciti ad andare avanti, e ciò in parte grazie all’elezione di Obama ed all’avvento di una nuova generazione di leader. Si fa strada la consapevolezza dell’interdipendenza e dell’integrazione globale come fondamento dei rapporti internazionali nell’era moderna. Certo un lascito dell’11 settembre è il perdurante senso di vulnerabilità, ma a questo ora si aggiunge la coscienza del fatto che gli Stati Uniti sono integrati nella comunità mondiale e non possono più starsene separati».
Uno strascico dell’11 settembre è il dibattito sul rapporto fra lotta al terrorismo e salvaguardia dei diritti umani. Obama si è impegnato a non sacrificare il secondo obiettivo al primo. Sta mantenendo le promesse?
«Diciamo che nelle vesti di candidato presidente guardava al mondo secondo la prospettiva di un senatore e di un cittadino. Ora l’angolo visuale è quello di un presidente in carica che ha responsabilità diverse rispetto a prima. Una cosa è giudicare gli abusi commessi in nome della sicurezza pubblica, quando sei un semplice cittadino o un rappresentante del popolo in Parlamento. Altro è essere personalmente responsabile della sicurezza di tutti. Oggi il suo modo di vedere è inevitabilmente più permeabile e malleabile all’esigenza di proteggere la società. Ciò lo ha condotto su un terreno un po’ diverso rispetto a quello su cui si collocava prima, circa questioni come gli interrogatori e le detenzioni segrete, o i trasferimenti illegali dei prigionieri (renditions), o l’insieme delle vicende riguardanti Guantanamo. Non voglio sembrare indulgente con lui, ma credo che qualche tipo di compromesso su quei temi sia perdonabile, perché ora gli competono responsabilità che prima non aveva».
Gli attentati dell’11 settembre furono organizzati da Al Qaeda che aveva il suo quartier generale in Afghanistan. Come valuta la nuova strategia di contrasto al terrorismo varata da Obama in quel Paese?
«Non ho alcuna simpatia per la sua posizione sull’Afghanistan. Obama dimostra di ignorare le lezioni dell’Iraq e prima ancora del Vietnam. Eppure la lezione è molto, molto chiara: con l’occupazione non puoi garantire democrazia e libertà al Paese interessato né sicurezza al tuo. Israele l’ha sperimentato nella West Bank ed a Gaza, gli Usa in Iraq. Per quanto nobili siano le tue motivazioni e per quanto ti sforzi di usare il potere di occupante a vantaggio della libertà e della sicurezza di un popolo, gli occupanti sono sempre e comunque visti come tali, e i nobili motivi svaniscono agli occhi degli occupati. La mia opinione è che il disegno di aumentare la presenza militare in Afghanistan e produrre in loco una versione afghana del cosiddetto “surge” (l’invio di truppe aggiuntive a Baghdad nel 2007) fallirà e genererà crescente risentimento fra la gente. Spingerà a sostenere i terroristi proprio molti di coloro che noi tentiamo di proteggere da loro. Ci si può chiedere perché Obama non abbia imparato dallo smacco patito da Bush. Io credo che abbia lo stesso problema di altri presidenti, come Clinton ad esempio, privi di esperienza militare. Non si sentono ferrati in materia di sicurezza e temono che i Repubblicani li facciano apparire deboli. Così Obama per dimostrare la propria forza sceglie l’Afghanistan come luogo in cui dispiegare il proprio coraggio decisionale. Sta commettendo un errore fatale».
Obama però non coglie nel segno quando ingloba il Pakistan nell’approccio alla crisi afghana?
«Non credo che il problema sia l’Afghanistan o il Pakistan, il Sudan o la Somalia. Al Qaeda è una ong (organizzazione non governativa) maligna e brutale, non uno Stato. Si attacca come una sanguisuga ad un territorio, e se viene sconfitta si sposta altrove. Battuta nel 2001 in Afghanistan, ha migrato oltre confine. Se fosse sgominata in Pakistan, muoverebbe in qualche altro Paese. Io credo che la guerra al terrorismo vada condotta attraverso un lavoro complementare di servizi di intelligence e di polizia. Se la conduci attraverso campagne militari, finisci in genere per ammazzare più civili che terroristi».
La sua critica al presidente, che i sondaggi danno in calo di popolarità, si estende ad altri campi?
«Obama ha dimostrato ottime potenziali capacità di leadership, ma non credo che sinora l’abbia esercitata in maniera efficace. Tende troppo al compromesso con il centro politico. Crede nel coinvolgimento civico, il ché sarebbe salubre in sé, se non fosse che poi spesso rinuncia a controbattere decisamente le posizioni avversarie. Tenta di essere bipartisan, in unPaese dove la destra non è affatto interessata al dialogo e lo strumentalizza tatticamente solo per allargare l’opposizione al governo. La luna di miele fra eletti ed elettori dura cento giorni, si sa, poi la popolarità cala. Ma il fatto è che su tutti i 4 o 5 maggiori campi in cui si è cimentato, Obama ancora non ha messo in opera qualche forma di vigorosa energia decisionale e non ha riscosso alcun significativo successo. Sul clima ha fatto delle belle dichiarazioni, poi la Camera ha passato una legge blanda, e il Senato ancora nulla, mentre il vertice di Copenaghen è alle porte (dicembre). Sulla sanità ha tempo due mesi per produrre qualcosa di concreto. Sull’economia gliene restano sei. Nell’insieme diciamo, che anche rispetto all’Afghanistan e altre crisi regionali, ha tempo al massimo sino all’estate prossima. Deve essere pronto in tempi rapidi a rischiare il grande capitale politico di cui dispone. Altrimenti un evento che era parso straordinariamente fruttuoso, come il voto del 4 novembre scorso, evolverebbe verso un esito piuttosto misero».
di Federica Fantozzi e Mariagrazia Gerina
Sono quelli che non hanno conosciuto altro partito che il Pd. Alle spalle hanno più esperienze nel volontariato che militanza politica. Al massimo per i più vecchi c’è stato il tempo di un breve passaggio tra Pds e Ds. Il loro mezzo è la rete, ma del Pci rimpiangono la capacità di stare tra la gente, casa per casa, piazza per piazza. Il “porta a porta” quando non era egemonizzato da Vespa. Il radicamento nel territorio, che ora gli tocca invidiare alla Lega. Sono i ventenni della scuola di formazione del Pd. La «summer school».
«Una creatura mitologica che ha animato i miei incubi: finalmente vi vedo», ironizza Diego Bianchi, alias Zoro, il video-blogger che più ha dato voce in questi mesi al malumore della base. C'era anche lui ieri in redazione durante l’ultima puntata della serie “Belle Bandiere”. Ad ascoltare - insieme alla vignettista Francesca Fornario - malesseri, idee, lo «scalpitare» della Generazione Pd. Quella che per conquistarsi un posto di lavoro o nel partito dovrebbe lottare, ma non sa bene come. E i padri forse, un giorno, provvederà a ucciderli, «ma intanto vogliamo parlarci». Precari per forza, nuovi politici che faticano a emergere. La militanza li ha portati sul treno-scuola per l’Europa in campagna elettorale. «Ma il mio problema si chiama Gino Flaminio: vent’anni, operaio, dovrebbe essere pane per i nostri denti - sferza Diego Bianchi - Vogliamo agganciarlo, con la summer school? Ti credo che poi vota Berlusconi». Loro hanno davanti tempi lunghi: «Magari ci vorranno 25 anni ma ce la faremo».
C’ERA UNA VOLTA FRATTOCCHIE
Togliersi dalla testa Frattocchie e la cultura di massa dei vecchi partiti, scandisce la responsabile Formazione del Pd Annamaria Parente. «Noi facciamo formazione dal basso, in contemporanea al partito. Un tempo la linea la trasmetteva la segreteria, ora dobbiamo trovarla noi» spiega Annamaria. E per carità non chiamatela «summer school». A chi l’ha fondata e la frequenta non piace. «Ma se il nome gliel’ha dato Veltroni», polemizza Zoro. A Walter piaceva molto.
TRA SEZIONE E WEB
Volantini o Facebook? Gazebo o Treno degli Illuminati? A Giuseppe, 21enne siciliano, la gente dice: «Fatevi vedere, venite in piazza». E lui ricorda l’«orgoglio di sinistra» nel parlare con le persone, quello che aveva suo nonno militante del Pci. Si tratta, dice Antonietta con realismo, di «abbassare gli obiettivi»: «Tornare negli spazi aperti, confrontarsi con le piccole cose concrete. Mi sembra che a sinistra gli elettori non capiscano il senso di una certa politica delle poltrone». Modello Lega allora? No grazie. Perché, come sintetizza Tobia Zevi, il Pd vuole orientare e guidare, non fermarsi alla “pancia” del suo bacino elettorale. È Zoro, blogger-diffusore de l’Unità in tenera età, a lanciare l’allarme: «Chi clicca sul sito Pd e sale sul treno è un illuminato. E gli altri? Dobbiamo adescare Gino Flaminio, lui è convinto che Noemi da quando frequenta Villa Certosa è irraggiungibile per un figlio del popolo. Gli va detto che non è sempre così».
AMMAZZIAMO I GENITORI
In realtà Manuela da Catanzaro, insegnante precaria, chiarisce che non vuole ucciderli ma parlare con loro. Di cosa? «Dell’immobilismo sociale e della lotta generazionale per cui i miei genitori sono i miei nemici. Siamo sfruttati da praticantati infiniti, precari a vita, davanti a noi c’è un affollamento scoraggiante». Quello che ad Annamaria Parente fa dire che chi sale sul treno è perché non ha trovato altre vie di accesso alla politica: «Il quadro dirigenziale è bloccato. Non c’è ricambio né un progetto per averlo. Invece qui ci sono individui in carne e ossa, vogliono essere rappresentati». Individui come Manuela che chiosa con la sua postilla generazionale: «Linguaggio nuovo, argomenti come glocal e ambiente, le “buone pratiche” dei piccoli comuni. Ma poi, in concreto, quanto spazio c’è per i ragazzi dentro il partito?».
GIÙ LE MANI DAL CONGRESSO
E non dite che il congresso non si farà o verrà annacquato da patti, accordi, scambi. «Scontro duro e poi una linea unitaria», scandisce già Giuseppe da Messina. «Ci vuole un congresso-congresso», spiega Yuri, 30 anni. Per lui, che ha fatto in tempo ad assaggiare la vecchia militanza almeno nel Pds, significa «senza primarie perché sono gli iscritti a decidere». Per gli altri, che vengono dalla società civile, vuol dire: «Giù le mani dalle primarie: di lì passa la nostra lotta generazionale».
SIAMO TUTTI SERRACCHIANI
E però se chiedi chi vorrebbero come segretario restano a bocca chiusa. A parte Yuri che tifa Bersani. «Un volto nuovo», invoca Eleonora. «Un outsider», si accontenta Giuseppe. «Una donna», dice Antonietta. E Debora Serracchiani? «Perché no?». Il percorso che l’ha portata a candidarsi alle Europee fa sognare i giovani democratici. Ma anche un po’ arrabbiare. «Possibile che uno - obietta Eleonora - debba trovarsi nel posto giusto al momento giusto, approfittare del momento mediatico per emergere?». «Ma l'operazione bieca è quella che stanno facendo in queste ore - avverte Zoro -. Tutti tirano la Serracchiani per la frangetta, qualcuno la invidia: io cavalcherei l’onda».
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