Una ferita lunga settemila chilometri. Una corda tesa dall'Artico al Mar Nero di filo spinato cemento armato torri di controllo cavi elettrici. Settemila chilometri che per mezzo secolo hanno diviso boschi fiumi strade città famiglie un’intera nazione il mondo: da un lato la «civiltà occidentale» dall'altro il blocco sovietico. Un filo grigio tra il bianco e il nero. Che la notte del 9 novembre del 1989 si è spezzato. Vent'anni fa cadeva il Muro di Berlino.

Sembra quasi di vederli in un vortice di immagini e suoni martellanti quei settemila chilometri di riga fluorescente tratteggiata sulla cartina dell'Europa che compare quando entri nel sito di
theironcurtaindiaries.org (visibile dall8 novembre). Di colpo sei lì, davanti al filo spinato, nel mondo che fu e in quello che poi è stato. O non è stato. Negli entusiasmi e nelle speranze di libertà che quel crollo prometteva, nelle disillusioni di chi oggi non ha più sogni.

«Per noi ragazzi del “mondo libero” la Ddr era percepita come la Nuova Zelanda o la Cina, un paese lontanissimo, Berlino era un piccolo punto in una enorme macchia nera». David, di Bochum, ex Germania dell'Ovest, un Wessis si diceva un tempo, oggi vive nella capitale riunificata. «La caduta del Muro l'ho vissuta in tv, vedevo città che non avevo mai visto, persone vestite in modo strano...che parlavano un tedesco ridicolo...per la prima volta ho realizzato: oh, ci sono altri tedeschi!». David è una delle tante “rotte” seguite da Peacereporter e Beccogiallo, che insieme con On/Off e Prospekt Photographers hanno progettato e realizzato “I diari della Cortina di ferro 1989-2009”, un viaggio nella Storia e nelle storie di chi ha vissuto al di qua e al di la del Muro. Ricordi di vite messi insieme da due team di giornalisti partiti entrambi da Berlino, uno verso sud, l'altro verso nord: settemila chilometri lungo la linea di confine, 8 paesi attraversati, 70 ore di girato, 33 video realizzati.

«Volevamo fare un web documentario, mischiando linguaggi diversi, video musica audio disegno materiale storico, un esperimento già visto in altri Paesi ma assolutamente nuovo per l'Italia», dice Angelo Miotto di Peacereporter. «La sfida era quella di parlare di un anniversario senza una visione preconcetta e la forma diaristica si è rivelata la più efficace, abbiamo seguito delle rotte, lasciando parlare i testimoni e le immagini». Da queste rotte, intrecci di disegni discorsi paesaggi, nascerà a fine anno anche una graphic novel edita da Beccogiallo a firma di Davide Toffolo, ennesima prova di una casa editrice che ha fatto del fumetto civile il suo marchio distintivo.

Non c'è un vero punto di partenza in questo viaggio. Sulla linea di confine puntini bianchi illuminati a intermittenza indicano i luoghi toccati. Dal centro, Berlino, alla periferia. O viceversa. Litsa, sulla frontiera che separa la Russia dalla Norvegia, è l'estremo nord dell'Ic, l'«Iron Curtain»: facce scavate dal freddo, sfilate e cori patriottici, papaveri rossi. Ogni anno si ricordano così le 15mila vittime russe nella battaglia con i soldati norvegesi durante la Seconda guerra mondiale. Un piede nel passato, un’iniezione tonificante per i nuovi nazionalismi.

La nostalgia si materializza. A diverse latitudini e intensità. «Quando sono arrivata a Berlino non sapevo ci fosse stato il Muro, era il 1990 avevo 13 anni, non conoscevo nessuno e il mio problema era di fare alla svelta per non sembrare diversa dagli altri». Alisa, 33 anni di San Pietroburgo, l’istante di un volto che ha vissuto troppo in fretta. Le sue mani lo disegnano come è oggi, segui i suoi tratti e la sua voce fuori campo e sei nella sua infanzia raccontata in perfetto italiano. La Russia il freddo il buio il primo amore la partenza l’arrivo l’alba grigia la paura. Il fumetto dà sfondo alle parole. «Venire qui è una ferita che porto ancora addosso, la cosa più importante che ho perso? la leggerezza», dice in una lacrima. Ma «tornare a San Pietroburgo, no. Il posto della mia infanzia non esiste più. E poi lì non c'è libertà, il Muro tra Russia ed Europa c’è ancora». Lo ammette anche Svetlana Soldatova, che a dispetto del cognome non ha niente di militaresco. È la direttrice di Channel 21, televisione indipendente di Murmansk, città nota al mondo per la tragedia del sottomarino Kursk: oggi siamo più liberi di ieri, non ho paura di essere uccisa per quello che dico, ma i muri ci sono e li costruisce Mosca».

La memoria della divisione non ti abbandona. Qui il filo spinato continua a ferire. Visti difficili da ottenere, giornalisti stranieri controllati e lasciati ad aspettare. Verità che faticano ad emergere. Come quella che ha inghiottito il Kursk e i suoi 130 marinai. «Si è scontrato con un sommergibile americano, ne sono sicuro. E i presidenti americano e russo si sono accordati per il silenzio», accusa Vladimir Anatolievic, padre di una delle vittime.

Il viaggio continua. Interrotto da brevi incursioni nel vasto materiale storico disseminato nel sito. Dal famoso discorso di Jfk a Berlino nel 1963 all’inquietante voce di Erich Honecker, che promette: il muro resterà ancora per 50, forse 100 anni. Siamo nel gennaio del 1989, 10 mesi dopo il presidente dell'allora Ddr veniva smentito dalla Storia. Da Narva, in Estonia, dove un colossale Lenin in bronzo - probabilmente l'ultimo ancora in piedi negli ex paesi satelliti - punta il dito verso la sua patria, si passa a Kaliningrad, la veccia Koeningsberg. Qui l’entusiasmo per il passato si è quasi spento. Dmitry Vyshemirsky, fotografo, racconta di una città, un tempo capitale dell'impero prussiano, che oggi fatica a ritrovare una propria identità. L’impossibilità di fare i conti con la storia? Scorrono immagini dei cantieri navali di Danzica, la culla di Solidarnosc, oggi “terra morta”, gru arrugginite edifici abbandonati e fatiscenti.

«Dopo la caduta del Muro ho scoperto orrori che non conoscevo, la Stasi, le tante persone arrestate...mi sono chiesta, è possibile che sia questo lo Stato dove ho vissuto?». Una signora di Eisenhuettenstadt, stiamo andando verso sud, ci prova a fare i conti con la sua, di storia. «La città è diventata più bella, ma i prezzi sono aumentati». La conquista della libertà convive quasi sempre con il rimpianto per una società più egualitaria.

«La sensazione è che dal 1990 in poi le cose non sono migliorate. La povertà è aumentata. In Germania non abbiamo avuto una riunificazione, ma un’entrata dell’Est nell’Ovest. Per molti versi è stata una cosa buona, ma per altri no: come nel lavoro. Nella Ddr c’era lavoro, dopo l’89 la disoccupazione è cresciuta». Siamo di nuovo a Berlino e il riccioluto che ci parla è Ingo Schulze, scrittore nato a Dresda cresciuto nella Ddr, considerato tra le coscienze critiche della nuova Germania. Sono in molti a pensarla come lui. Vengono alla mente le parole di un analista della Freie Universitaet di Berlino, Jochen Staadt: «Nessun tedesco vissuto fino al 1989 nella Ddr vorrebbe riavere il Muro, nessuno tornerebbe a quel sistema politico. Ma molti rimpiangono una società più ugualitaria e la maggior parte di loro definisce il valore dell'uguaglianza più importante di quello della libertà, a differenza di quanto fanno i loro connazionali che non sono vissuti dietro il Muro tra il 1961 ed il 1989».

«È vero, - conferma Angelo Miotto - C'è un senso di nostalgia perché l’individualismo ha snaturato quel senso di comunità forte nella ex Germania dell’Est, quello che è venuto fuori in due mesi di viaggio è che i muri esistono, anche se diversi da quello di Berlino. Ma il leitmotiv ci è sembrato un altro: per tutti la libertà non ha prezzo».

Il senso di esaltazione per quella grande rivoluzione lo si ritrova a Golm, in Polonia. «Quella notte non potevo crederci che stava accadendo davvero. Allora a Berlino ovest ero responsabile del trasporto. Mi sono subito reso conto che i mezzi di trasporto potevano essere il primo strumento per riunire la città, e così è stato, è stato un periodo fantastico, se si ha coraggio di combattere un regime, ci si riesce». Il viso allegro di Michael Cramer, ex deputato di Berlino, per anni uomo di confine prima di andare al Parlamento europeo nelle fila dei Verdi, riaccende la speranza. Lui insieme con Gorbaciov ha trasformato la Cortina di ferro in un grande parco spalmato sulla pancia dell’Europa, recuperando a nuova vita aree un tempo off limits, desolate e abbandonate. «Solo chi conosce il passato più fare il futuro».

E il futuro è nell’ultima tappa di questo nostro personale viaggio lungo il Muro. Burgas, in Bulgaria, all’estremo sud della linea di confine. I testimoni sono ragazzi e bambini che giocano ballano ridono. È la generazione del dopo-Crollo, ragazzi e bambini senza passato, senza quel passato, immortalati in poetici salti nel loro presente. Salti che superano, ci piace pensare, i piccoli muri eretti intorno ai noi. Magari ritrovando quella leggerezza persa da Alisa nel viaggio verso la libertà.
Postato alle 09:00 di mercoledì, 04 novembre 2009


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il-velivolo-polluce Napoli batte Parigi e Lisbona. E’ ufficiale: nel 2012 sarà il capoluogo campano ad ospitare l’Expò dello spazio, il più grande evento del settore Aerospaziale a livello mondiale. Una manifestazione cui è attesa la partecipazione di circa 5000 tra delegati delle varie Agenzie Spaziali Internazionali, studenti, docenti universitari, uomini di stato e aziende del comparto High-Tech, che si riuniranno in città all’inizio dell’autunno del 2012. Napoli era in gara con altre 5 pretendenti, tra queste Parigi e Lisbona. La notizia della designazione è arrivata questa mattina dall’ambasciatore italiano in corea del sud (dove è appena terminata l’edizione di quest’anno), Massimo Leggeri, collegato in diretta dalla sede consolare con la sala giunta di palazzo San Giacomo dove era presente il sindaco, Rosa Russo Iervolino


La presenza del centro aerospaziale (Cira) a pochi chilometri di distanza (Capua), il porto, il secondo al mondo dopo Hong Kong per traffico di passeggeri, l’Aeroporto Internazionale di Capodichino e un sistema di trasporti moderno ed efficiente, che coniuga la metropolitana dell’arte con l’Alta velocità queste le carte vincenti giocate dall’amministrazione comunale. Il Comune di Napoli, con il sostegno del Governo Centrale e in stretta cooperazione con la Regione Campania e la Provincia di Napoli, stava lavorando da un anno e mezzo per portare in città l’evento che, con il forum internazionale delle culture 2013, dovrebbe assicurare una ricaduta socioeconomica e d’immagine per tutto territorio.

Postato alle 21:09 di venerdì, 16 ottobre 2009


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Postato alle 13:52 di martedì, 06 ottobre 2009


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Postato alle 11:21 di lunedì, 05 ottobre 2009


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Marco Travaglio sarà ad "Annozero" che riparte in prima serata giovedì su Raidue. «Lui ci sarà - ha detto Michele Santoro nella conferenza stampa sulla ripresa della stagione che parte con una puntata dal titolo "Farabutti" - con o senza contratto, in bicicletta o in altra maniera».

«Se non c'è Travaglio - ha detto ancora Santoro - non c'è Annozero perchè lui simboleggia una precisa direzione che la Rai deve prendere».

«Posso garantire che non c'è alcuna legge che affidi all'Agcom una qualche possibilità di fare censure preventive. Sarebbe come fermare Totti prima di una partita perchè potrebbe fare un fallo da espulsione», ha sottolineato giornalista.

Sulla questione, che riguarda in particolare le passate delibere dell'Agcom su Annozero e Marco Travaglio, è previsto domani un incontro tra il dg Rai Mauro Masi e il presidente dell'Autorità garante per le comunicazioni, Corrado Calabrò.

Conferenza stampa carica di momenti di tensione a Viale Mazzini. Le polemiche che hanno preceduto il ritorno di Santoro sono esplose al tavolo dell'incontro nel momento in cui si affrontava il tema degli strumenti e delle risorse necessarie per la trasmissione. I contratti sono stati firmati con un certo ritardo e ostacoli e incomprensioni si sono verificati per l'assegnazione delle troupe, il tutto, secondo il direttore di rete, Massimo Liofredi, solo per ragioni «tecniche» .

«Sei un bugiardo. E querelami se vuoi, ma non ti conviene», ha detto Santoro al direttore di Raidue, mentre dava ai giornalisti la sua versione dei fatti. «Nessuna querela», ha sottolineato Liofredi. Il clima della conferenza stampa è stato così sintetizzato dal consigliere di amministrazione Rai Nino Rizzo Nervo: «questa conferenza stampa è il simbolo dell'anomalia italiana dove un direttore di rete presenta una trasmissione che di fatto non condivide».

Postato alle 09:15 di mercoledì, 23 settembre 2009


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25014629311_SettembreA colloquio con il professor Benjamin Barber, ex-consigliere di Bill Clinton. Barber è a Istanbul per l’«Interdependence day», un convegno che nei giorni intorno all’11 settembre viene promosso ogni anno dal movimento Civworld che a lui fa capo.



Cos’è rimasto, professor Barber, del terribile impatto che gli attacchi alle Torri gemelle ebbero sulla coscienza civile americana?

«L’effetto rimane ed è forte. È una ferita inferta in profondità, che, per quanto si rimargini, continua a far male. Quando vieni colpito al cuore, ne risentirai per tutta la vita. Finalmente però siamo riusciti ad andare oltre la politica della paura, cioè l’uso politico che Bush e Cheney fecero delle angosce suscitate dagli attentati. Quel tipo di politica sta venendo meno anche perché siamo riusciti ad andare avanti, e ciò in parte grazie all’elezione di Obama ed all’avvento di una nuova generazione di leader. Si fa strada la consapevolezza dell’interdipendenza e dell’integrazione globale come fondamento dei rapporti internazionali nell’era moderna. Certo un lascito dell’11 settembre è il perdurante senso di vulnerabilità, ma a questo ora si aggiunge la coscienza del fatto che gli Stati Uniti sono integrati nella comunità mondiale e non possono più starsene separati».



Uno strascico dell’11 settembre è il dibattito sul rapporto fra lotta al terrorismo e salvaguardia dei diritti umani. Obama si è impegnato a non sacrificare il secondo obiettivo al primo. Sta mantenendo le promesse?

«Diciamo che nelle vesti di candidato presidente guardava al mondo secondo la prospettiva di un senatore e di un cittadino. Ora l’angolo visuale è quello di un presidente in carica che ha responsabilità diverse rispetto a prima. Una cosa è giudicare gli abusi commessi in nome della sicurezza pubblica, quando sei un semplice cittadino o un rappresentante del popolo in Parlamento. Altro è essere personalmente responsabile della sicurezza di tutti. Oggi il suo modo di vedere è inevitabilmente più permeabile e malleabile all’esigenza di proteggere la società. Ciò lo ha condotto su un terreno un po’ diverso rispetto a quello su cui si collocava prima, circa questioni come gli interrogatori e le detenzioni segrete, o i trasferimenti illegali dei prigionieri (renditions), o l’insieme delle vicende riguardanti Guantanamo. Non voglio sembrare indulgente con lui, ma credo che qualche tipo di compromesso su quei temi sia perdonabile, perché ora gli competono responsabilità che prima non aveva».



Gli attentati dell’11 settembre furono organizzati da Al Qaeda che aveva il suo quartier generale in Afghanistan. Come valuta la nuova strategia di contrasto al terrorismo varata da Obama in quel Paese?


«Non ho alcuna simpatia per la sua posizione sull’Afghanistan. Obama dimostra di ignorare le lezioni dell’Iraq e prima ancora del Vietnam. Eppure la lezione è molto, molto chiara: con l’occupazione non puoi garantire democrazia e libertà al Paese interessato né sicurezza al tuo. Israele l’ha sperimentato nella West Bank ed a Gaza, gli Usa in Iraq. Per quanto nobili siano le tue motivazioni e per quanto ti sforzi di usare il potere di occupante a vantaggio della libertà e della sicurezza di un popolo, gli occupanti sono sempre e comunque visti come tali, e i nobili motivi svaniscono agli occhi degli occupati. La mia opinione è che il disegno di aumentare la presenza militare in Afghanistan e produrre in loco una versione afghana del cosiddetto “surge” (l’invio di truppe aggiuntive a Baghdad nel 2007) fallirà e genererà crescente risentimento fra la gente. Spingerà a sostenere i terroristi proprio molti di coloro che noi tentiamo di proteggere da loro. Ci si può chiedere perché Obama non abbia imparato dallo smacco patito da Bush. Io credo che abbia lo stesso problema di altri presidenti, come Clinton ad esempio, privi di esperienza militare. Non si sentono ferrati in materia di sicurezza e temono che i Repubblicani li facciano apparire deboli. Così Obama per dimostrare la propria forza sceglie l’Afghanistan come luogo in cui dispiegare il proprio coraggio decisionale. Sta commettendo un errore fatale».


Obama però non coglie nel segno quando ingloba il Pakistan nell’approccio alla crisi afghana?

«Non credo che il problema sia l’Afghanistan o il Pakistan, il Sudan o la Somalia. Al Qaeda è una ong (organizzazione non governativa) maligna e brutale, non uno Stato. Si attacca come una sanguisuga ad un territorio, e se viene sconfitta si sposta altrove. Battuta nel 2001 in Afghanistan, ha migrato oltre confine. Se fosse sgominata in Pakistan, muoverebbe in qualche altro Paese. Io credo che la guerra al terrorismo vada condotta attraverso un lavoro complementare di servizi di intelligence e di polizia. Se la conduci attraverso campagne militari, finisci in genere per ammazzare più civili che terroristi».



La sua critica al presidente, che i sondaggi danno in calo di popolarità, si estende ad altri campi?


«Obama ha dimostrato ottime potenziali capacità di leadership, ma non credo che sinora l’abbia esercitata in maniera efficace. Tende troppo al compromesso con il centro politico. Crede nel coinvolgimento civico, il ché sarebbe salubre in sé, se non fosse che poi spesso rinuncia a controbattere decisamente le posizioni avversarie. Tenta di essere bipartisan, in unPaese dove la destra non è affatto interessata al dialogo e lo strumentalizza tatticamente solo per allargare l’opposizione al governo. La luna di miele fra eletti ed elettori dura cento giorni, si sa, poi la popolarità cala. Ma il fatto è che su tutti i 4 o 5 maggiori campi in cui si è cimentato, Obama ancora non ha messo in opera qualche forma di vigorosa energia decisionale e non ha riscosso alcun significativo successo. Sul clima ha fatto delle belle dichiarazioni, poi la Camera ha passato una legge blanda, e il Senato ancora nulla, mentre il vertice di Copenaghen è alle porte (dicembre). Sulla sanità ha tempo due mesi per produrre qualcosa di concreto. Sull’economia gliene restano sei. Nell’insieme diciamo, che anche rispetto all’Afghanistan e altre crisi regionali, ha tempo al massimo sino all’estate prossima. Deve essere pronto in tempi rapidi a rischiare il grande capitale politico di cui dispone. Altrimenti un evento che era parso straordinariamente fruttuoso, come il voto del 4 novembre scorso, evolverebbe verso un esito piuttosto misero».

Postato alle 11:53 di venerdì, 11 settembre 2009


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La città tende la mano agli operai della Fincantieri

 

Vorrei ringraziare di cuore la città di Castellammare di Stabia per come ha risposto ieri alla manifestazione in difesa dei lavoratori della Fincantieri. Vedere i cittadini sfilare accanto agli operai, vedere le istituzioni e la Chiesa in quel corteo, vedere i commercianti abbassare le saracinesche dei loro negozi, in segno di solidarietà mi ha davvero emozionato. Ieri Castellammare di Stabia nella sua interezza era accanto a tutti quei lavoratori che hanno fatto e fanno grandi i Cantieri Navali. Cantieri che mai come in questi ultimi mesi stanno vivendo un periodo di grande crisi. Come Consiglio Regionale ci stiamo attivando in tutte le sedi possibili per mettere in campo iniziative di sostegno e di sviluppo per i Cantieri di Castellammare a partire dalla realizzazione del Bacino di Carenaggio. La storia e la tradizione di questo stabilimento devono continuare a poter vivere conferendo altri lustri alla nostra città. Durante il corteo di ieri mi è capitato di ascoltare diverse testimonianze di persone che da mesi sono chiamate a fare i conti con le ristrettezze e la paura di non vedere arrivare più commesse, in nessuno di loro ho trovato la rassegnazione ma solo la voglia di lottare e di esserci".

Tonino Scala
Postato alle 14:19 di venerdì, 24 luglio 2009


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Postato alle 13:12 di giovedì, 16 luglio 2009


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di Federica Fantozzi e Mariagrazia Gerina



Sono quelli che non hanno conosciuto altro partito che il Pd. Alle spalle hanno più esperienze nel volontariato che militanza politica. Al massimo per i più vecchi c’è stato il tempo di un breve passaggio tra Pds e Ds. Il loro mezzo è la rete, ma del Pci rimpiangono la capacità di stare tra la gente, casa per casa, piazza per piazza. Il “porta a porta” quando non era egemonizzato da Vespa. Il radicamento nel territorio, che ora gli tocca invidiare alla Lega. Sono i ventenni della scuola di formazione del Pd. La «summer school».



«Una creatura mitologica che ha animato i miei incubi: finalmente vi vedo», ironizza Diego Bianchi, alias Zoro, il video-blogger che più ha dato voce in questi mesi al malumore della base. C'era anche lui ieri in redazione durante l’ultima puntata della serie “Belle Bandiere”. Ad ascoltare - insieme alla vignettista Francesca Fornario - malesseri, idee, lo «scalpitare» della Generazione Pd. Quella che per conquistarsi un posto di lavoro o nel partito dovrebbe lottare, ma non sa bene come. E i padri forse, un giorno, provvederà a ucciderli, «ma intanto vogliamo parlarci». Precari per forza, nuovi politici che faticano a emergere. La militanza li ha portati sul treno-scuola per l’Europa in campagna elettorale. «Ma il mio problema si chiama Gino Flaminio: vent’anni, operaio, dovrebbe essere pane per i nostri denti - sferza Diego Bianchi - Vogliamo agganciarlo, con la summer school? Ti credo che poi vota Berlusconi». Loro hanno davanti tempi lunghi: «Magari ci vorranno 25 anni ma ce la faremo».



C’ERA UNA VOLTA FRATTOCCHIE


Togliersi dalla testa Frattocchie e la cultura di massa dei vecchi partiti, scandisce la responsabile Formazione del Pd Annamaria Parente. «Noi facciamo formazione dal basso, in contemporanea al partito. Un tempo la linea la trasmetteva la segreteria, ora dobbiamo trovarla noi» spiega Annamaria. E per carità non chiamatela «summer school». A chi l’ha fondata e la frequenta non piace. «Ma se il nome gliel’ha dato Veltroni», polemizza Zoro. A Walter piaceva molto.



TRA SEZIONE E WEB

Volantini o Facebook? Gazebo o Treno degli Illuminati? A Giuseppe, 21enne siciliano, la gente dice: «Fatevi vedere, venite in piazza». E lui ricorda l’«orgoglio di sinistra» nel parlare con le persone, quello che aveva suo nonno militante del Pci. Si tratta, dice Antonietta con realismo, di «abbassare gli obiettivi»: «Tornare negli spazi aperti, confrontarsi con le piccole cose concrete. Mi sembra che a sinistra gli elettori non capiscano il senso di una certa politica delle poltrone». Modello Lega allora? No grazie. Perché, come sintetizza Tobia Zevi, il Pd vuole orientare e guidare, non fermarsi alla “pancia” del suo bacino elettorale. È Zoro, blogger-diffusore de l’Unità in tenera età, a lanciare l’allarme: «Chi clicca sul sito Pd e sale sul treno è un illuminato. E gli altri? Dobbiamo adescare Gino Flaminio, lui è convinto che Noemi da quando frequenta Villa Certosa è irraggiungibile per un figlio del popolo. Gli va detto che non è sempre così».



AMMAZZIAMO I GENITORI


In realtà Manuela da Catanzaro, insegnante precaria, chiarisce che non vuole ucciderli ma parlare con loro. Di cosa? «Dell’immobilismo sociale e della lotta generazionale per cui i miei genitori sono i miei nemici. Siamo sfruttati da praticantati infiniti, precari a vita, davanti a noi c’è un affollamento scoraggiante». Quello che ad Annamaria Parente fa dire che chi sale sul treno è perché non ha trovato altre vie di accesso alla politica: «Il quadro dirigenziale è bloccato. Non c’è ricambio né un progetto per averlo. Invece qui ci sono individui in carne e ossa, vogliono essere rappresentati». Individui come Manuela che chiosa con la sua postilla generazionale: «Linguaggio nuovo, argomenti come glocal e ambiente, le “buone pratiche” dei piccoli comuni. Ma poi, in concreto, quanto spazio c’è per i ragazzi dentro il partito?».



GIÙ LE MANI DAL CONGRESSO

E non dite che il congresso non si farà o verrà annacquato da patti, accordi, scambi. «Scontro duro e poi una linea unitaria», scandisce già Giuseppe da Messina. «Ci vuole un congresso-congresso», spiega Yuri, 30 anni. Per lui, che ha fatto in tempo ad assaggiare la vecchia militanza almeno nel Pds, significa «senza primarie perché sono gli iscritti a decidere». Per gli altri, che vengono dalla società civile, vuol dire: «Giù le mani dalle primarie: di lì passa la nostra lotta generazionale».



SIAMO TUTTI SERRACCHIANI


E però se chiedi chi vorrebbero come segretario restano a bocca chiusa. A parte Yuri che tifa Bersani. «Un volto nuovo», invoca Eleonora. «Un outsider», si accontenta Giuseppe. «Una donna», dice Antonietta. E Debora Serracchiani? «Perché no?». Il percorso che l’ha portata a candidarsi alle Europee fa sognare i giovani democratici. Ma anche un po’ arrabbiare. «Possibile che uno - obietta Eleonora - debba trovarsi nel posto giusto al momento giusto, approfittare del momento mediatico per emergere?». «Ma l'operazione bieca è quella che stanno facendo in queste ore - avverte Zoro -. Tutti tirano la Serracchiani per la frangetta, qualcuno la invidia: io cavalcherei l’onda».

Postato alle 08:42 di domenica, 14 giugno 2009


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Postato alle 12:25 di venerdì, 12 giugno 2009


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