Postato alle 11:33 di venerdì, 06 novembre 2009


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L’inchiesta «Autunno italiano» condotta da Rinaldo Gianola su l’Unità è una delle poche, vere iniziative giornalistiche che raccontano la crisi economica e sociale in Italia. Quello che una volta avrebbero fatto i grandi giornali, oggi per fortuna lo ha fatto l’Unità. Questa constatazione, però, apre un problema, ci dobbiamo porre una domanda: perché non si vuole parlare della crisi, perché si vuole tacere la realtà, perché la si relega ai margini dell’attenzione dell’opinione pubblica, e perché questo avviene solo in Italia?

Basta prendere, ad esempio, le prime pagine dei grandi giornali europei dell’ultimo anno, verificare come hanno presentato i problemi economici, le ricadute occupazionali, le tensioni sociali, e confrontarle con le prime pagine dei maggiori quotidiani italiani. C’è un abisso. Da noi si parla di tutto tranne che della crisi. Ora è comprensibile che il governo e i giornali vicini facciano questa operazione. Se Berlusconi ha detto alcuni mesi fa che il peggio era passato e oggi afferma che la crisi è già finita, evidentemente i giornali e le tv più sensibili agli interessi del governo non possono raffigurare quello che sta avvenendo nel Paese, preferiscono parlare d’altro.

Questo silenzio, questa latitanza nel raccontare la crisi italiana è davvero sorprendente. Ormai tutti, dal governatore Mario Draghi alla presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, dagli artigiani alla Confcommercio, tutte le categorie produttive sostengono che il peggio per l’occupazione deve ancora arrivare. La Cgil da molto tempo sostiene questa tesi e riteniamo che fino alla fine del 2010 la situazione per l’occupazione resterà grave. È inutile nascondere questi problemi, dovrebbero essere al centro dell’attenzione del governo, del dibattito politico e del mondo dell’informazione. Un anno fa usai il termine «arriva la valanga» parlando del ricorso alla cassa integrazione e della crisi occupazionale. Nel frattempo abbiamo perso 650mila posti di lavoro, di cui oltre 300mila precari, e questa tendenza si accentuerà nei prossimi mesi.

Il motivo è semplice: le aziende di fronte a una crisi che si prolunga nel tempo passano da una fase di attesa in cui conservavano gli occupati utilizzando la cassa integrazione a una nuova fase di movimento in cui decidono ristrutturazioni, tagli, chiusure. Chi ha due stabilimenti ne chiude uno, si cancellano attività produttive e reparti, si taglia l’occupazione. Questo fenomeno colpisce, soprattutto, le piccole imprese che non ce la fanno più a reggere un’emergenza che si estenden al commercio, alla distribuzione, perchè i consumi sono in caduta. Viviano oggi un paradosso: le Borse guadagnano, i valori in molti casi sono raddoppiati nel 2009, le banche si stanno sistemando e proprio ora l’occupazione va a picco. Naturalmente tutto questo richiederebbe una diversa politica economica e sociale da parte del governo: se non si fa nulla torneremo a quello che eravano nel 2007 forse tra sei o sette anni.

La Cgil ritiene che bisogna fare tre cose, subito. 1)Completare e integrare il sistema degli ammortizzatori sociali, raddoppiare il periodo di indennità della cassa integrazione, aumentare massimale della cassa integrazione e pensare a provvedimenti si sostegno per i precari che hanno perso il lavoro. 2)Una nuova politica industriale. Cosa si fa sulla rottamazione auto, si continua o no? E quando si decide che condizioni verranno poste alla Fiat? Che cosa si intende fare per sostenere gli altri settori industriali? 3)Un intervento fiscale. Tutti parlano della Merkel, ma nessuno segnala che la stragrande parte della manovra fiscale del governo tedesco è a favore delle famiglie. Da noi si parla di tutto tranne che di ridurre le tasse su lavoro dipendente, sui pensionati, sulle famiglie. Se proprio alleggerire l’Irap si può fare una scelta intelligente togliendo il costo del lavoro dalla base imponibile dell’Irap. Potrebbe essere una manovra che consente di creare occupazione e di sostenere fiscalmente gli investimenti e i consumi. La Finanziaria, invece, va in direzione opposta, Tremonti attende lo scudo fiscale.

Non è così che si aiutano l’economia, le imprese, i lavoratori. Per questo la Cgil si batte per avere una risposta diversa. Noi portiamo la crisi in piazza. Lo abbiamo fatto a Modena, lo stiamo facendo a Roma dove ogni giorno decine di operai e impiegati di aziende in crisi vengono a dare la loro testimonianza e il 14 novembre faremo una grande manifestazione in piazza del Popolo. La Cgil è impegnata a fianco delle famiglie, dei lavoratori, dei disoccupati, di tutti coloro che soffrono le conseguenze della crisi. In questa battaglia ci aiuta l’Unità, che ringrazio, con le sue inchieste in nome di un antico e trasparente giornalismo.
Postato alle 09:04 di mercoledì, 04 novembre 2009


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Una ferita lunga settemila chilometri. Una corda tesa dall'Artico al Mar Nero di filo spinato cemento armato torri di controllo cavi elettrici. Settemila chilometri che per mezzo secolo hanno diviso boschi fiumi strade città famiglie un’intera nazione il mondo: da un lato la «civiltà occidentale» dall'altro il blocco sovietico. Un filo grigio tra il bianco e il nero. Che la notte del 9 novembre del 1989 si è spezzato. Vent'anni fa cadeva il Muro di Berlino.

Sembra quasi di vederli in un vortice di immagini e suoni martellanti quei settemila chilometri di riga fluorescente tratteggiata sulla cartina dell'Europa che compare quando entri nel sito di
theironcurtaindiaries.org (visibile dall8 novembre). Di colpo sei lì, davanti al filo spinato, nel mondo che fu e in quello che poi è stato. O non è stato. Negli entusiasmi e nelle speranze di libertà che quel crollo prometteva, nelle disillusioni di chi oggi non ha più sogni.

«Per noi ragazzi del “mondo libero” la Ddr era percepita come la Nuova Zelanda o la Cina, un paese lontanissimo, Berlino era un piccolo punto in una enorme macchia nera». David, di Bochum, ex Germania dell'Ovest, un Wessis si diceva un tempo, oggi vive nella capitale riunificata. «La caduta del Muro l'ho vissuta in tv, vedevo città che non avevo mai visto, persone vestite in modo strano...che parlavano un tedesco ridicolo...per la prima volta ho realizzato: oh, ci sono altri tedeschi!». David è una delle tante “rotte” seguite da Peacereporter e Beccogiallo, che insieme con On/Off e Prospekt Photographers hanno progettato e realizzato “I diari della Cortina di ferro 1989-2009”, un viaggio nella Storia e nelle storie di chi ha vissuto al di qua e al di la del Muro. Ricordi di vite messi insieme da due team di giornalisti partiti entrambi da Berlino, uno verso sud, l'altro verso nord: settemila chilometri lungo la linea di confine, 8 paesi attraversati, 70 ore di girato, 33 video realizzati.

«Volevamo fare un web documentario, mischiando linguaggi diversi, video musica audio disegno materiale storico, un esperimento già visto in altri Paesi ma assolutamente nuovo per l'Italia», dice Angelo Miotto di Peacereporter. «La sfida era quella di parlare di un anniversario senza una visione preconcetta e la forma diaristica si è rivelata la più efficace, abbiamo seguito delle rotte, lasciando parlare i testimoni e le immagini». Da queste rotte, intrecci di disegni discorsi paesaggi, nascerà a fine anno anche una graphic novel edita da Beccogiallo a firma di Davide Toffolo, ennesima prova di una casa editrice che ha fatto del fumetto civile il suo marchio distintivo.

Non c'è un vero punto di partenza in questo viaggio. Sulla linea di confine puntini bianchi illuminati a intermittenza indicano i luoghi toccati. Dal centro, Berlino, alla periferia. O viceversa. Litsa, sulla frontiera che separa la Russia dalla Norvegia, è l'estremo nord dell'Ic, l'«Iron Curtain»: facce scavate dal freddo, sfilate e cori patriottici, papaveri rossi. Ogni anno si ricordano così le 15mila vittime russe nella battaglia con i soldati norvegesi durante la Seconda guerra mondiale. Un piede nel passato, un’iniezione tonificante per i nuovi nazionalismi.

La nostalgia si materializza. A diverse latitudini e intensità. «Quando sono arrivata a Berlino non sapevo ci fosse stato il Muro, era il 1990 avevo 13 anni, non conoscevo nessuno e il mio problema era di fare alla svelta per non sembrare diversa dagli altri». Alisa, 33 anni di San Pietroburgo, l’istante di un volto che ha vissuto troppo in fretta. Le sue mani lo disegnano come è oggi, segui i suoi tratti e la sua voce fuori campo e sei nella sua infanzia raccontata in perfetto italiano. La Russia il freddo il buio il primo amore la partenza l’arrivo l’alba grigia la paura. Il fumetto dà sfondo alle parole. «Venire qui è una ferita che porto ancora addosso, la cosa più importante che ho perso? la leggerezza», dice in una lacrima. Ma «tornare a San Pietroburgo, no. Il posto della mia infanzia non esiste più. E poi lì non c'è libertà, il Muro tra Russia ed Europa c’è ancora». Lo ammette anche Svetlana Soldatova, che a dispetto del cognome non ha niente di militaresco. È la direttrice di Channel 21, televisione indipendente di Murmansk, città nota al mondo per la tragedia del sottomarino Kursk: oggi siamo più liberi di ieri, non ho paura di essere uccisa per quello che dico, ma i muri ci sono e li costruisce Mosca».

La memoria della divisione non ti abbandona. Qui il filo spinato continua a ferire. Visti difficili da ottenere, giornalisti stranieri controllati e lasciati ad aspettare. Verità che faticano ad emergere. Come quella che ha inghiottito il Kursk e i suoi 130 marinai. «Si è scontrato con un sommergibile americano, ne sono sicuro. E i presidenti americano e russo si sono accordati per il silenzio», accusa Vladimir Anatolievic, padre di una delle vittime.

Il viaggio continua. Interrotto da brevi incursioni nel vasto materiale storico disseminato nel sito. Dal famoso discorso di Jfk a Berlino nel 1963 all’inquietante voce di Erich Honecker, che promette: il muro resterà ancora per 50, forse 100 anni. Siamo nel gennaio del 1989, 10 mesi dopo il presidente dell'allora Ddr veniva smentito dalla Storia. Da Narva, in Estonia, dove un colossale Lenin in bronzo - probabilmente l'ultimo ancora in piedi negli ex paesi satelliti - punta il dito verso la sua patria, si passa a Kaliningrad, la veccia Koeningsberg. Qui l’entusiasmo per il passato si è quasi spento. Dmitry Vyshemirsky, fotografo, racconta di una città, un tempo capitale dell'impero prussiano, che oggi fatica a ritrovare una propria identità. L’impossibilità di fare i conti con la storia? Scorrono immagini dei cantieri navali di Danzica, la culla di Solidarnosc, oggi “terra morta”, gru arrugginite edifici abbandonati e fatiscenti.

«Dopo la caduta del Muro ho scoperto orrori che non conoscevo, la Stasi, le tante persone arrestate...mi sono chiesta, è possibile che sia questo lo Stato dove ho vissuto?». Una signora di Eisenhuettenstadt, stiamo andando verso sud, ci prova a fare i conti con la sua, di storia. «La città è diventata più bella, ma i prezzi sono aumentati». La conquista della libertà convive quasi sempre con il rimpianto per una società più egualitaria.

«La sensazione è che dal 1990 in poi le cose non sono migliorate. La povertà è aumentata. In Germania non abbiamo avuto una riunificazione, ma un’entrata dell’Est nell’Ovest. Per molti versi è stata una cosa buona, ma per altri no: come nel lavoro. Nella Ddr c’era lavoro, dopo l’89 la disoccupazione è cresciuta». Siamo di nuovo a Berlino e il riccioluto che ci parla è Ingo Schulze, scrittore nato a Dresda cresciuto nella Ddr, considerato tra le coscienze critiche della nuova Germania. Sono in molti a pensarla come lui. Vengono alla mente le parole di un analista della Freie Universitaet di Berlino, Jochen Staadt: «Nessun tedesco vissuto fino al 1989 nella Ddr vorrebbe riavere il Muro, nessuno tornerebbe a quel sistema politico. Ma molti rimpiangono una società più ugualitaria e la maggior parte di loro definisce il valore dell'uguaglianza più importante di quello della libertà, a differenza di quanto fanno i loro connazionali che non sono vissuti dietro il Muro tra il 1961 ed il 1989».

«È vero, - conferma Angelo Miotto - C'è un senso di nostalgia perché l’individualismo ha snaturato quel senso di comunità forte nella ex Germania dell’Est, quello che è venuto fuori in due mesi di viaggio è che i muri esistono, anche se diversi da quello di Berlino. Ma il leitmotiv ci è sembrato un altro: per tutti la libertà non ha prezzo».

Il senso di esaltazione per quella grande rivoluzione lo si ritrova a Golm, in Polonia. «Quella notte non potevo crederci che stava accadendo davvero. Allora a Berlino ovest ero responsabile del trasporto. Mi sono subito reso conto che i mezzi di trasporto potevano essere il primo strumento per riunire la città, e così è stato, è stato un periodo fantastico, se si ha coraggio di combattere un regime, ci si riesce». Il viso allegro di Michael Cramer, ex deputato di Berlino, per anni uomo di confine prima di andare al Parlamento europeo nelle fila dei Verdi, riaccende la speranza. Lui insieme con Gorbaciov ha trasformato la Cortina di ferro in un grande parco spalmato sulla pancia dell’Europa, recuperando a nuova vita aree un tempo off limits, desolate e abbandonate. «Solo chi conosce il passato più fare il futuro».

E il futuro è nell’ultima tappa di questo nostro personale viaggio lungo il Muro. Burgas, in Bulgaria, all’estremo sud della linea di confine. I testimoni sono ragazzi e bambini che giocano ballano ridono. È la generazione del dopo-Crollo, ragazzi e bambini senza passato, senza quel passato, immortalati in poetici salti nel loro presente. Salti che superano, ci piace pensare, i piccoli muri eretti intorno ai noi. Magari ritrovando quella leggerezza persa da Alisa nel viaggio verso la libertà.
Postato alle 09:00 di mercoledì, 04 novembre 2009


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Altri lanci pubblicitari del libro di Vespa. Con nuove bordate di Berlusconi. Che bolla le ipotesi di governo del presidente, girate in queste settimane. "Non sono in campo ipotesi di  questo tipo, e dovesse cambiare la maggioranza, le elezioni sarebbero inevitabili". Berlusconi non è a Porta a Porta ma parla lo stesso con il conduttore preferito, che sta anticipando a rate le chicche del suo nuovo libro in edicola il 6 novembre.

Dopo la pronuncia della Corte costituzionale - dice l'intervistatore - sia Fini che Bossi le sono stati solidali (salvo il distinguo di Fini sulle critiche al capo dello stato). Berlusconi esclude quindi che qualcuno di loro abbia il retropensiero di una crisi e di un  'governo del presidentè? Questa la risposta del premier: «lo escludo nel modo più assoluto. se mai dovesse verificarsi un cambiamento di maggioranza, ma è un'ipotesi che non esiste, ci tengo a dirlo chiaro, sarebbe inevitabile il ricorso ad elezioni qqqanticipate».

Poi minacce e finte aperture al Pd. «Nessuno più di me è predisposto al dialogo. Ma per dialogare è necessario essere in due, e soprattutto avere rispetto dell'avversario, non insultarlo e demonizzarlo come il Pd di Franceschini e di Veltroni ha fatto ogni giorno, e spesso più volte al giorno, contro la mia persona. Se Bersani deciderà di cambiare registro e di concorrere alle riforme importanti per il futuro dell'Italia, il più contento sarò io».

Così il premier a Vespa che gli chiede se sarà possibile avviare con Pierluigi Bersani il dialogo che fu impossibile con Dario Franceschini. Bersani, obietta Vespa a Berlusconi, sostiene che lei ha ridotto al mutismo il Parlamento.  «Se il nuovo segretario del Pd manifesta una disponibilità a trattare sulle materie più importanti - risponde il presidente del Consiglio - non ci sarà nessuna difficoltà ad aprire una discussione seria. Bersani dimentica che molti voti di fiducia si sono resi necessari per le pratiche ostruzionistiche dell'opposizione».

Può essere la giustizia il primo banco di prova?, chiede ancora Vespa. «Magari!...».

Il tenore corrisponde a quello usato dal ministro Alfano, che ha detto di volere la riforma della giustizia condivisa, ma di essere pronti a farla da sola.

Berlusconi poi afferma di non voler rinunciare alle azioni contro 'L'Unità' e Repubblica: «Ho il dovere di tutelare non la mia persona, ma l'istituzione che rappresento - dice il premier - e che mi è stata assegnata dal voto di milioni di italiani. Insultando me si insultano tutti loro, si insulta il loro voto, la loro volontà, la loro dignità. E non ho sporto querela. Mi sono rivolto, in modo direi quasi disarmato, ai giudici civili destinando da subito l'eventuale risarcimento del danno all'Istituto San Raffaele di Milano».

Berlusconi affronta anche il nodo del rapporto con la Lega. La concessione della presidenza di due Regioni del Nord alla Lega non rischia di ridimensionare il peso nazionale del Pdl, dice il premier. «La questione è oggi ancora sul tavolo - afferma il presidente del Consiglio - ma se ciò dovesse accadere certamente no. L'alleanza con la Lega è davvero solida. Non c'è nessun problema nell'individuazione dei candidati alle elezioni regionali anche perché presenteremo in ogni regione del Nord un ticket che indicherà un presidente del Pdl e un vice della Lega e viceversa. Nessun pericolo di sganciamento leghista, dunque. Tra me e Umberto Bossi c'è un patto ormai consolidato fondato anche sull'amicizia e sull'affetto. Con Umberto Bossi ho sempre trovato accordi ragionevoli».

Vespa ricorda a Berlusconi che quando in aprile i giornalisti gli chiesero a Vienna se avrebbe votato a favore del referendum che sposta il premio di maggioranza dalla coalizione alla lista, lui rispose di sì, nonostante la posizione della Lega fossediversa. «Non ho motivo di cambiare opinione - risponde il presidente del Consiglio - se il Popolo della Libertà fosseun'impresa e l'amministratore delegato votasse contro gli interessi della sua azienda dovrebbe dimettersi. Ma con la Lega, ripeto, non ci sono e non ci saranno elementi di contrasto».

Berlusconi ha parlato anche di informazione e fango. Ha detto, tra l'altro, che Feltri (direttore del Giornale) prende le sue decisioni in assoluta autonomia.

Postato alle 10:41 di martedì, 03 novembre 2009


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«Ho ancora fiducia nell'esistenza di magistrati seri che pronunciano sentenze serie, basate sui fatti. Se ci fosse una condanna in processi come questi, saremmo di fronte a un tale sovvertimento della verità che a maggior ragione sentirei il dovere di resistere al mio posto per difendere la democrazia e lo stato di diritto». Lo afferma il premier Silvio Berlusconi, in una dichiarazione contenuta nell'ultimo libro di Bruno vespa 'Donne di cuori', in riferimento ad alcuni processi in corso a suo carico.

Quanto al caso Mills -il legale inglese per il quale è stata confermata la condanna per corruzione - per Berlusconi  «è una sentenza che certo sarà annullata dalla Corte di Cassazione». Vespa chiede poi a Berlusconi come spieghi la campagna internazionale che si è scatenata su di lui da maggio in poi. «È partita da Repubblicà e l'Espresso - risponde il presidente del Consiglio - e su sollecitazioni di questo gruppo si è estesa ai giornali e ai giornalisti 'amici'. Per gettare fango su di me ha finito col gettare fango sul nostro Paese e sulla nostra democrazia».

Le affermazioni di Berlusconi hanno provocato reazioni ironiche o indignate a seconda dei casi. Una nota serale del portavoce Bonaiuti ha finito per aggravere il quadro delle dichiarazioni del premier:  «Il Presidente Berlusconi, nell`intervista a Bruno Vespa, ha detto chiaramente che una sentenza che non riconoscesse la sua piena innocenza ed estraneità al caso Mills sarebbe uguale ad un impossibile verdetto che decretasse che Silvio Berlusconi non è Silvio Berlusconi. Sarebbe cioè - afferma Bonaiuti - una sentenza così abnorme e così contraria alla verità da rendere davvero preoccupati sull`utilizzo politico della giustizia contro la verità e contro il responso della sovranità popolare».
Postato alle 09:28 di lunedì, 02 novembre 2009


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COMUNICATO STAMPA



Napoli, 23.10.09 – POMPEI, CENTRO DI SALUTE MENTALE. SCALA “ NO ALLA CHIUSURA!I SUOI PAZIENTI NON SONO FIGLI DI UN DIO MINORE”



“I Centri di Salute Mentali in Campania versano in uno stato di decadimento e queste condizioni relegano i pazienti, già di per sé penalizzati, all’infelice ruolo di “figli di un Dio minore”. Questo si legge nell’interrogazione che Tonino Scala, capogruppo regionale de La Sinistra, ha presentato stamattina all’Assessore regionale alla Sanità.

“A malincuore bisogna constatare che è sempre difficile richiamare l’attenzione sui malati psichici. Non se preoccupa nessuno, nemmeno l’Azienda Sanitaria che dovrebbe in primo luogo tutelare la salute dei cittadini, di tutti i cittadini, e la sicurezza dei dipendenti”.

Questo lo sfogo di Scala al ritorno della sua visita ispettiva all’UOSM, Unità Operativa di Salute Mentale, di Pompei, avvenuta stamani. L’ ASL NA 3 Sud, ex Napoli N. 5, ha deciso, senza nessun confronto e senza nessuna riunione preliminare con gli interessati, di trasferire organino e pazienti del Centro Salute Mentale di Pompei all’Ospedale di Torre del Greco., decisione che di fatto, ne sancisce la chiusura.

“Decisione incomprensibile. – afferma Tonino Scala – In primis perché le distanze che dovrebbero coprire gli utenti sono tali che usufruire agevolmente dei servizi e delle cure sarebbe impossibile. E poi, come denuncia lo stesso Direttore sanitario di Torre del Greco, non c’è posto nel suo ospedale per ospitare sia l’organico che i pazienti. E’ innegabile che la struttura di via Scacciapensieri a Pompei versa in condizioni fatiscenti. Me ne sono potuto rendere conto di persona stamani. Locali angusti, norme di sicurezza al limite, condizioni igieniche precarie dovute proprio alla mancanza di spazio”. - Continua Scala - “E’ necessario, e non più procrastinabile, dunque trovare un’immobile idoneo, atto ad ospitare il Centro e che salvaguardi la salute dei pazienti, la stabilità e la sicurezza degli operatori. Ma queste decisioni si prendono tenendo conto di una serie di fattori: l’utenza, il comprensorio, le distanze, la disponibilità. E soprattutto non si calano dall’alto. Si sapeva che accorpare le ASL avrebbe creato qualche difficoltà, ma sicuramente non si poteva immaginare che questa operazione avrebbe potuto creare squilibri nel territorio. Alcuni si privilegiano e altri si penalizzano come succede nel comprensorio dell’ex NA 5 da quando è stata fatta la “fusione”.

“La cosa che lascia di più l’amaro in bocca però, è che dovrebbe essere nel dna di chiunque si occupi di sanità pubblica, e anche privata, che la tutela della salute del paziente deve essere la priorità assoluta. – Spiega il Capogruppo - E se parliamo di pazienti che sono costretti ad affidarsi nelle mani di altri perché inconsapevoli e non autonomi, e quindi più deboli, questa priorità diventa assoluta. Invece, avviene il contrario, e questo non solo è triste ma anche amorale.”

“Ho presentato oggi stesso un’interrogazione e ho scritto una lettera all’Assessore regionale alla Sanità per chiedere di bloccare il provvedimento emanato dall’ASL NA 3 Sud, nelle more in cui si trovi una soluzione più idonea. Sono convinto che l’UOSM di Pompei non debba essere chiuso, e questa decisione va difesa con i denti. Ho chiesto la convocazione di un tavolo istituzionale con le parti interessate, in modo da poter arrivare a una soluzione condivisa. Mi piacerebbe anche sapere – conclude Scala - perché la decisione di trasferire l’UOSM nella sede più vicina dell’ex Ospedale civile di Torre Annunziata è naufragata miseramente, una domanda che ho rivolto direttamente all’Assessore.”

“Mi associo alla protesta dei sette Sindaci dei Comuni interessati che stanno provando con ogni mezzo a dire “no” alla chiusura del Centro di Salute Mentale. A loro non va la mia solidarietà, che reputo scontata in questi casi, a loro va il mio impegno. La mia voce si unirà alla loro e nelle istituzioni la farò sentire”.

Postato alle 22:15 di venerdì, 23 ottobre 2009


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Postato alle 08:56 di venerdì, 23 ottobre 2009


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Postato alle 22:10 di venerdì, 16 ottobre 2009


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Da Videocomunicazioni


La sinistra campana continua la sua battaglia contro il piano casa. Ieri conferenza stampa convocata dai consiglieri Scala e Cammardella, i primi ad attaccare l’impianto della legge, in particolare l’articolo 5, già prima che arrivasse in consiglio regionale per essere approvata. Tra sedute sospese e rinvii, continuano ad allungarsi i tempi per l’approvazione della normativa. Durante l’ultima seduta d’esame sul piano casa, i lavori del parlamentino regionale si sono arenati su un sub emendamento all’articolo 2 presentato proprio dal gruppo della Sinistra che fissa riferimenti normativi più vincolanti sulle prescrizioni e le definizioni della legge. I consiglieri Tonino Scala e Antonella Cammardella, durante la conferenza stampa, hanno voluto respingere le accuse di ostruzionismo e ribadire la loro intenzione a varare un piano casa rispettoso del territorio e della legalità

Postato alle 21:12 di venerdì, 16 ottobre 2009


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Postato alle 11:57 di venerdì, 16 ottobre 2009


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