Postato alle 11:33 di venerdì, 06 novembre 2009


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Tratto da Cronache di Napoli del 5.11.2009



... Sull'altra sponda ci hanno pensato quelli di Sinistra e Libertà ad aggiungere fuoco al fuoco. Per il capogruppo Tonino Scala, invece. Ciarlo aveva ragione e che "la verità è che il centro destra non vuole un Piano casa rispettoso del territorio, ma preferisce un Piano-casa che sia un condono mascherato e dia via libera a un selvaggio far west urbanistico". Insomma, incomunicabilità assoluta e di li a poco si sarebbe chiusa la scena. Dal voto per la verifica del numero legale è emersa la sua assenza e il vice presidente Mucciolo ha aggiornato la seduta di un'ora, convocando, nel contempo, la Giunta per il Regolamento. Al termine della quale il vice presidente ha sottoposto nuovamente al voto dell'aula l'emendamento sul quale era precedentemente mancato il numero legale e, verifìcatone nuovamente la mancanza, ha tolto la seduta. Amen e alla prossima.
Postato alle 09:58 di giovedì, 05 novembre 2009


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Tratto da Il Denaro del 5.11.2009



... Un tavolo tecnico sulla situazione dei lavoratori della Tme spa che gestisce l'impianto di depurazione delle acque reflue urbane "Foce Samo" di Castellammare di Stabia. La richiesta, a distanza di 9 mesi dalle prime proteste, arriva dal capogruppo di Sd, Tonino Scala. "Quando il 19 febbraio di quest'anno chiesi un intervento regionale per sanare la vertenza della Tme, che ormai dure da anni, - afferma Scala - esprimevo preoccupazioni sia perché si negava ai lavoratori il legittimo diritto ad una corresponsione regolare degli emolumenti dovuti, sia perché in un territorio come il nostro non è possibile permetterci il lusso che il depuratore resti chiuso nemmeno per un'ora.figuriamoci per giorni interi". Ieri i lavoratori della Tme hanno incrociato di nuovo le braccia.
Postato alle 09:53 di giovedì, 05 novembre 2009


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L’inchiesta «Autunno italiano» condotta da Rinaldo Gianola su l’Unità è una delle poche, vere iniziative giornalistiche che raccontano la crisi economica e sociale in Italia. Quello che una volta avrebbero fatto i grandi giornali, oggi per fortuna lo ha fatto l’Unità. Questa constatazione, però, apre un problema, ci dobbiamo porre una domanda: perché non si vuole parlare della crisi, perché si vuole tacere la realtà, perché la si relega ai margini dell’attenzione dell’opinione pubblica, e perché questo avviene solo in Italia?

Basta prendere, ad esempio, le prime pagine dei grandi giornali europei dell’ultimo anno, verificare come hanno presentato i problemi economici, le ricadute occupazionali, le tensioni sociali, e confrontarle con le prime pagine dei maggiori quotidiani italiani. C’è un abisso. Da noi si parla di tutto tranne che della crisi. Ora è comprensibile che il governo e i giornali vicini facciano questa operazione. Se Berlusconi ha detto alcuni mesi fa che il peggio era passato e oggi afferma che la crisi è già finita, evidentemente i giornali e le tv più sensibili agli interessi del governo non possono raffigurare quello che sta avvenendo nel Paese, preferiscono parlare d’altro.

Questo silenzio, questa latitanza nel raccontare la crisi italiana è davvero sorprendente. Ormai tutti, dal governatore Mario Draghi alla presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, dagli artigiani alla Confcommercio, tutte le categorie produttive sostengono che il peggio per l’occupazione deve ancora arrivare. La Cgil da molto tempo sostiene questa tesi e riteniamo che fino alla fine del 2010 la situazione per l’occupazione resterà grave. È inutile nascondere questi problemi, dovrebbero essere al centro dell’attenzione del governo, del dibattito politico e del mondo dell’informazione. Un anno fa usai il termine «arriva la valanga» parlando del ricorso alla cassa integrazione e della crisi occupazionale. Nel frattempo abbiamo perso 650mila posti di lavoro, di cui oltre 300mila precari, e questa tendenza si accentuerà nei prossimi mesi.

Il motivo è semplice: le aziende di fronte a una crisi che si prolunga nel tempo passano da una fase di attesa in cui conservavano gli occupati utilizzando la cassa integrazione a una nuova fase di movimento in cui decidono ristrutturazioni, tagli, chiusure. Chi ha due stabilimenti ne chiude uno, si cancellano attività produttive e reparti, si taglia l’occupazione. Questo fenomeno colpisce, soprattutto, le piccole imprese che non ce la fanno più a reggere un’emergenza che si estenden al commercio, alla distribuzione, perchè i consumi sono in caduta. Viviano oggi un paradosso: le Borse guadagnano, i valori in molti casi sono raddoppiati nel 2009, le banche si stanno sistemando e proprio ora l’occupazione va a picco. Naturalmente tutto questo richiederebbe una diversa politica economica e sociale da parte del governo: se non si fa nulla torneremo a quello che eravano nel 2007 forse tra sei o sette anni.

La Cgil ritiene che bisogna fare tre cose, subito. 1)Completare e integrare il sistema degli ammortizzatori sociali, raddoppiare il periodo di indennità della cassa integrazione, aumentare massimale della cassa integrazione e pensare a provvedimenti si sostegno per i precari che hanno perso il lavoro. 2)Una nuova politica industriale. Cosa si fa sulla rottamazione auto, si continua o no? E quando si decide che condizioni verranno poste alla Fiat? Che cosa si intende fare per sostenere gli altri settori industriali? 3)Un intervento fiscale. Tutti parlano della Merkel, ma nessuno segnala che la stragrande parte della manovra fiscale del governo tedesco è a favore delle famiglie. Da noi si parla di tutto tranne che di ridurre le tasse su lavoro dipendente, sui pensionati, sulle famiglie. Se proprio alleggerire l’Irap si può fare una scelta intelligente togliendo il costo del lavoro dalla base imponibile dell’Irap. Potrebbe essere una manovra che consente di creare occupazione e di sostenere fiscalmente gli investimenti e i consumi. La Finanziaria, invece, va in direzione opposta, Tremonti attende lo scudo fiscale.

Non è così che si aiutano l’economia, le imprese, i lavoratori. Per questo la Cgil si batte per avere una risposta diversa. Noi portiamo la crisi in piazza. Lo abbiamo fatto a Modena, lo stiamo facendo a Roma dove ogni giorno decine di operai e impiegati di aziende in crisi vengono a dare la loro testimonianza e il 14 novembre faremo una grande manifestazione in piazza del Popolo. La Cgil è impegnata a fianco delle famiglie, dei lavoratori, dei disoccupati, di tutti coloro che soffrono le conseguenze della crisi. In questa battaglia ci aiuta l’Unità, che ringrazio, con le sue inchieste in nome di un antico e trasparente giornalismo.
Postato alle 09:04 di mercoledì, 04 novembre 2009


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Una ferita lunga settemila chilometri. Una corda tesa dall'Artico al Mar Nero di filo spinato cemento armato torri di controllo cavi elettrici. Settemila chilometri che per mezzo secolo hanno diviso boschi fiumi strade città famiglie un’intera nazione il mondo: da un lato la «civiltà occidentale» dall'altro il blocco sovietico. Un filo grigio tra il bianco e il nero. Che la notte del 9 novembre del 1989 si è spezzato. Vent'anni fa cadeva il Muro di Berlino.

Sembra quasi di vederli in un vortice di immagini e suoni martellanti quei settemila chilometri di riga fluorescente tratteggiata sulla cartina dell'Europa che compare quando entri nel sito di
theironcurtaindiaries.org (visibile dall8 novembre). Di colpo sei lì, davanti al filo spinato, nel mondo che fu e in quello che poi è stato. O non è stato. Negli entusiasmi e nelle speranze di libertà che quel crollo prometteva, nelle disillusioni di chi oggi non ha più sogni.

«Per noi ragazzi del “mondo libero” la Ddr era percepita come la Nuova Zelanda o la Cina, un paese lontanissimo, Berlino era un piccolo punto in una enorme macchia nera». David, di Bochum, ex Germania dell'Ovest, un Wessis si diceva un tempo, oggi vive nella capitale riunificata. «La caduta del Muro l'ho vissuta in tv, vedevo città che non avevo mai visto, persone vestite in modo strano...che parlavano un tedesco ridicolo...per la prima volta ho realizzato: oh, ci sono altri tedeschi!». David è una delle tante “rotte” seguite da Peacereporter e Beccogiallo, che insieme con On/Off e Prospekt Photographers hanno progettato e realizzato “I diari della Cortina di ferro 1989-2009”, un viaggio nella Storia e nelle storie di chi ha vissuto al di qua e al di la del Muro. Ricordi di vite messi insieme da due team di giornalisti partiti entrambi da Berlino, uno verso sud, l'altro verso nord: settemila chilometri lungo la linea di confine, 8 paesi attraversati, 70 ore di girato, 33 video realizzati.

«Volevamo fare un web documentario, mischiando linguaggi diversi, video musica audio disegno materiale storico, un esperimento già visto in altri Paesi ma assolutamente nuovo per l'Italia», dice Angelo Miotto di Peacereporter. «La sfida era quella di parlare di un anniversario senza una visione preconcetta e la forma diaristica si è rivelata la più efficace, abbiamo seguito delle rotte, lasciando parlare i testimoni e le immagini». Da queste rotte, intrecci di disegni discorsi paesaggi, nascerà a fine anno anche una graphic novel edita da Beccogiallo a firma di Davide Toffolo, ennesima prova di una casa editrice che ha fatto del fumetto civile il suo marchio distintivo.

Non c'è un vero punto di partenza in questo viaggio. Sulla linea di confine puntini bianchi illuminati a intermittenza indicano i luoghi toccati. Dal centro, Berlino, alla periferia. O viceversa. Litsa, sulla frontiera che separa la Russia dalla Norvegia, è l'estremo nord dell'Ic, l'«Iron Curtain»: facce scavate dal freddo, sfilate e cori patriottici, papaveri rossi. Ogni anno si ricordano così le 15mila vittime russe nella battaglia con i soldati norvegesi durante la Seconda guerra mondiale. Un piede nel passato, un’iniezione tonificante per i nuovi nazionalismi.

La nostalgia si materializza. A diverse latitudini e intensità. «Quando sono arrivata a Berlino non sapevo ci fosse stato il Muro, era il 1990 avevo 13 anni, non conoscevo nessuno e il mio problema era di fare alla svelta per non sembrare diversa dagli altri». Alisa, 33 anni di San Pietroburgo, l’istante di un volto che ha vissuto troppo in fretta. Le sue mani lo disegnano come è oggi, segui i suoi tratti e la sua voce fuori campo e sei nella sua infanzia raccontata in perfetto italiano. La Russia il freddo il buio il primo amore la partenza l’arrivo l’alba grigia la paura. Il fumetto dà sfondo alle parole. «Venire qui è una ferita che porto ancora addosso, la cosa più importante che ho perso? la leggerezza», dice in una lacrima. Ma «tornare a San Pietroburgo, no. Il posto della mia infanzia non esiste più. E poi lì non c'è libertà, il Muro tra Russia ed Europa c’è ancora». Lo ammette anche Svetlana Soldatova, che a dispetto del cognome non ha niente di militaresco. È la direttrice di Channel 21, televisione indipendente di Murmansk, città nota al mondo per la tragedia del sottomarino Kursk: oggi siamo più liberi di ieri, non ho paura di essere uccisa per quello che dico, ma i muri ci sono e li costruisce Mosca».

La memoria della divisione non ti abbandona. Qui il filo spinato continua a ferire. Visti difficili da ottenere, giornalisti stranieri controllati e lasciati ad aspettare. Verità che faticano ad emergere. Come quella che ha inghiottito il Kursk e i suoi 130 marinai. «Si è scontrato con un sommergibile americano, ne sono sicuro. E i presidenti americano e russo si sono accordati per il silenzio», accusa Vladimir Anatolievic, padre di una delle vittime.

Il viaggio continua. Interrotto da brevi incursioni nel vasto materiale storico disseminato nel sito. Dal famoso discorso di Jfk a Berlino nel 1963 all’inquietante voce di Erich Honecker, che promette: il muro resterà ancora per 50, forse 100 anni. Siamo nel gennaio del 1989, 10 mesi dopo il presidente dell'allora Ddr veniva smentito dalla Storia. Da Narva, in Estonia, dove un colossale Lenin in bronzo - probabilmente l'ultimo ancora in piedi negli ex paesi satelliti - punta il dito verso la sua patria, si passa a Kaliningrad, la veccia Koeningsberg. Qui l’entusiasmo per il passato si è quasi spento. Dmitry Vyshemirsky, fotografo, racconta di una città, un tempo capitale dell'impero prussiano, che oggi fatica a ritrovare una propria identità. L’impossibilità di fare i conti con la storia? Scorrono immagini dei cantieri navali di Danzica, la culla di Solidarnosc, oggi “terra morta”, gru arrugginite edifici abbandonati e fatiscenti.

«Dopo la caduta del Muro ho scoperto orrori che non conoscevo, la Stasi, le tante persone arrestate...mi sono chiesta, è possibile che sia questo lo Stato dove ho vissuto?». Una signora di Eisenhuettenstadt, stiamo andando verso sud, ci prova a fare i conti con la sua, di storia. «La città è diventata più bella, ma i prezzi sono aumentati». La conquista della libertà convive quasi sempre con il rimpianto per una società più egualitaria.

«La sensazione è che dal 1990 in poi le cose non sono migliorate. La povertà è aumentata. In Germania non abbiamo avuto una riunificazione, ma un’entrata dell’Est nell’Ovest. Per molti versi è stata una cosa buona, ma per altri no: come nel lavoro. Nella Ddr c’era lavoro, dopo l’89 la disoccupazione è cresciuta». Siamo di nuovo a Berlino e il riccioluto che ci parla è Ingo Schulze, scrittore nato a Dresda cresciuto nella Ddr, considerato tra le coscienze critiche della nuova Germania. Sono in molti a pensarla come lui. Vengono alla mente le parole di un analista della Freie Universitaet di Berlino, Jochen Staadt: «Nessun tedesco vissuto fino al 1989 nella Ddr vorrebbe riavere il Muro, nessuno tornerebbe a quel sistema politico. Ma molti rimpiangono una società più ugualitaria e la maggior parte di loro definisce il valore dell'uguaglianza più importante di quello della libertà, a differenza di quanto fanno i loro connazionali che non sono vissuti dietro il Muro tra il 1961 ed il 1989».

«È vero, - conferma Angelo Miotto - C'è un senso di nostalgia perché l’individualismo ha snaturato quel senso di comunità forte nella ex Germania dell’Est, quello che è venuto fuori in due mesi di viaggio è che i muri esistono, anche se diversi da quello di Berlino. Ma il leitmotiv ci è sembrato un altro: per tutti la libertà non ha prezzo».

Il senso di esaltazione per quella grande rivoluzione lo si ritrova a Golm, in Polonia. «Quella notte non potevo crederci che stava accadendo davvero. Allora a Berlino ovest ero responsabile del trasporto. Mi sono subito reso conto che i mezzi di trasporto potevano essere il primo strumento per riunire la città, e così è stato, è stato un periodo fantastico, se si ha coraggio di combattere un regime, ci si riesce». Il viso allegro di Michael Cramer, ex deputato di Berlino, per anni uomo di confine prima di andare al Parlamento europeo nelle fila dei Verdi, riaccende la speranza. Lui insieme con Gorbaciov ha trasformato la Cortina di ferro in un grande parco spalmato sulla pancia dell’Europa, recuperando a nuova vita aree un tempo off limits, desolate e abbandonate. «Solo chi conosce il passato più fare il futuro».

E il futuro è nell’ultima tappa di questo nostro personale viaggio lungo il Muro. Burgas, in Bulgaria, all’estremo sud della linea di confine. I testimoni sono ragazzi e bambini che giocano ballano ridono. È la generazione del dopo-Crollo, ragazzi e bambini senza passato, senza quel passato, immortalati in poetici salti nel loro presente. Salti che superano, ci piace pensare, i piccoli muri eretti intorno ai noi. Magari ritrovando quella leggerezza persa da Alisa nel viaggio verso la libertà.
Postato alle 09:00 di mercoledì, 04 novembre 2009


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Pubblichiamo il testo dell'intervento di Barbara Spinelli letto dall'autrice a Contromafie 2009, la seconda edizione degli "Stati Generali dell'Antimafia" convocati da Libera nei giorni scorsi a Roma.



di Barbara Spinelli




Sono anni che ci domandiamo come tutto ciò sia potuto accadere: il senso della legge che si sfibra, lo Stato che suscita timore o disprezzo perché s’accomoda con l’illegalità e rinuncia al controllo del territorio, che non interviene prima delle catastrofi ma solo ai funerali.



E la democrazia che si perverte, divenendo qualcosa di prevaricatore: come un diritto divino che si dà all’Unto delle urne. Il diritto a giocare con le leggi come il dittatore-Charlot gioca con il mappamondo: a considerare legittimo quello che è illegale, illegittimo quello che è legale, dunque a sovvertire categorie, istituzioni, leggi che nella Repubblica sono ferme, durevoli, non legate alla durata effimera delle maggioranze e delle legislature. Sono considerati illegittimi i poteri legali di controllo sul governo, perché non eletti direttamente dal popolo; è considerata illegittima la separazione tra i vari poteri dello Stato, perché controbilanciandosi a vicenda minacciano di fare quel che ogni costituzione liberale prescrive: frenare l’abuso della forza cui tende ogni potere che non trovi davanti a sé un limite.



Sono anni che ci interroghiamo su questo male che non viene estirpato – la mafia, la mafia che senza la politica non vivrebbe – e che prolifera nelle condizioni che ho descritto: in particolare ci interroghiamo sulla lunga storia italiana di trattative fra una parte dello Stato e la malavita, con poteri più o meno occulti che mediano fra due potenze facendone due entità paragonabili, dotate di diritti analoghi e di analoga forza d’influenza. Anche per il potere della malavita, non solo per il potere legale, dovrebbero a questo punto valere le parole di Montesquieu : "Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti [...]. Perché non si possa abusare del potere occorre che [...] il potere arresti il potere".



Forse però è venuto il momento di dire quello che sappiamo, e non solo di formulare domande su noi stessi e sul nostro paese. Di dire, come fece Pasolini il 14 novembre del 1974 a proposito delle trame eversive e dei golpe tentati in Italia, che in realtà:



Noi sappiamo. Sono anni che sappiamo, anche se spesso non abbiamo tutte le prove e tutti gli indizi. Sappiamo che le trattative sono esistite, e si sono prolungate (secondo pentiti che hanno parlato) almeno fino al 2004. Sappiamo che viviamo ancor oggi – con le leggi che rendono difficoltosa la lotta alla mafia, con lo scudo fiscale e altre misure che ostacolano la rintracciabilità dell’evasione – sotto l’ombra di un patto. Sappiamo il dolore e la morte che mafia, camorra, ‘ndrangheta hanno provocato lungo i decenni. Sappiamo il sacco di Palermo, e di tante città, sobborghi: sacco che continua. Sappiamo che l’Italia si va sgretolando davanti ai nostri occhi come fosse un castello che abbiamo accettato di fare di carta, anziché di mattoni e di buon cemento non fornito dalla mafia – sì, noi l’abbiamo accettato, noi che eleggiamo chi ha il potere di favorire o frenare il potere della malavita. Sappiamo che basta leggere le sentenze, oltre che le inchieste di giornalisti coraggiosi – anche le sentenze che assolvono gli imputati per mancanza di prove o, peggio, per prescrizione – per conoscere le responsabilità di uomini politici e amministratori che, per essersi lungamente compromessi con la malavita organizzata, per aver conquistato e mantenuto il potere con il suo ausilio, non dovrebbero essere chiamati coi nomi, nobili, di rappresentanti del popolo o di statisti.



Tutte queste cose, come avviene nei paesi che son vissuti o vivono sotto il giogo di un potere totalitario, le sappiamo grazie a persone che hanno deciso di parlare, di denunciare, di testimoniare, e non solo di parlare ma di rimboccarsi le maniche e cominciare a costruire un’Italia diversa: tra i primi voi dell’associazione LIBERA, e i giudici che hanno indagato su mafia e politica sapendo che avrebbero pagato con la vita, e uomini come Roberto Saviano, e giornalisti che esplorano le terre di mafia come Anna Politkovskaja esplorava, ben sapendo di essere mortalmente minacciata, gli orrori e le torture della guerra russa contro i ceceni.



Sono i medici dell’Italia, siete i medici dell’Italia. Ma medici che osservano un giuramento di Ippocrate speciale, di tipo nuovo: resta il dettato che comanda l’azione riparatrice, risanatrice. Nella sostanza, l’obbligo di non nuocere, di astenersi da ogni offesa e danno volontario, di “entrare nelle case per il sollievo dei malati”. Ma cade il comandamento del segreto, vincolante in Ippocrate. Il giuramento che comanda: “Tutto ciò ch'io vedrò e ascolterò nell'esercizio della mia professione, o anche al di fuori della professione nei miei contatti con gli uomini, e che non dev'essere riferito ad altri, lo tacerò considerando la cosa segreta”.



Il paragrafo del giuramento cade, perché troppo contiguo – nella nostra attività medica – alla complicità, al delitto di omertà: questa parola che offende e storpia la radice da cui viene e che rimanda all’umiltà, all’umirtà. La vera umiltà consiste nel riscrivere il giuramento, nel trasformare il silenzio in parola, nel far letteralmente parlare le pietre o meglio il cemento, le terre e i mari inquinati, poiché è denunciando il male che il male vien conosciuto e che la guarigione può iniziare. Non c’è azione senza parola che circola liberamente e non c’è guarigione senza infrazione del segreto.



Per questo l’informazione indipendente è così importante, in Italia: spesso lamentiamo un’opinione pubblica indifferente, ma prima di esser aiutata a divenire civica, responsabile, nel paesino più piccolo come nella grande città, l’opinione deve essere bene informata: con parole semplici, non specialiste, con esempi concreti, con un linguaggio che non presupponga, nell’interlocutore, la conoscenza di difficili dossier. I medici di cui ho parlato – medici dell’Italia e delle sue parole e della sua natura malate – combattono proprio contro questo silenzio, che protegge i mafiosi, copre gli oscuri patteggiamenti fra Stato e mafia, e lascia senza protezione le loro vittime. I medici dicono, denunciano pubblicamente, danno alle cose un nome, e su questa base agiscono.



Senza di voi, sarebbe davvero difficile parlare senza vergogna dell’Italia, per chi vive fuori di essa. Tanto più difficile quando quasi tutti i suoi politici e tanti giornalisti esitano perfino a pronunciare la parola – Italia – e s’ostinano a usare il termine “questo paese”, con un certo sprezzo. La guarigione comincia anche con l’abbandono di vocaboli così elusivi. Smettiamo di dire a ogni passo “questo paese” invece di: Italia. Quando dico questo paese prendo distanza da esso, mi sento meno responsabile. Non servo il suo Stato ma me ne servo, facendolo coincidere con “quel paese lì”, che se ne sta lontano da me.



C’è un modo invece di servire lo Stato che chiamerei paradossale: si serve lo Stato, pur sapendo che esso è pervertito, che nella nostra storia c’è stato più volte un doppio Stato. Uomini come Falcone, Borsellino, il giudice Chinnici, Don Giuseppe Puglisi, Don Giuseppe Diana, e i tanti uomini delle scorte avevano questa fedeltà paradossale allo Stato. Uomini così sono come esuli, come De Gaulle che lasciò la Francia quando essa fu invasa dalle truppe di Hitler e dall’esilio londinese disse: la Francia non coincide sempre con la geografia. Quel che rappresento è “una certa idea della Francia”, che ha radici nella terra ma innanzitutto nella mente di chi decide, esiliato, di entrare in resistenza attiva e sperare in un mutamento.



La riconquista del territorio e della legalità è come la speranza, anch’essa sempre paradossale. Prende il via da una perdita del territorio, dalla consapevolezza che se lo Stato non ha più presa su di esso, ciascuno di noi perde la terra ferma e pulita sotto i piedi. E quando dico territorio perduto dico le case che franano non appena s’alza la tempesta, i terremoti che uccidono più che in altre nazioni, l’abitare che diventa ingrato, aleatorio, brutto, perché la costruzione delle case avviene in fretta, con cemento finto, fatto di sabbia più che di ferro, procurato da mafia e camorra. Come nella lettera di Paolo ai Romani, è da una situazione di debolezza che si parte, altrimenti non ci sarebbe nemmeno bisogno di sperare: “Ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza”.



Ecco, per ora speriamo quel che non ancora vediamo: speriamo in una cultura della legalità, in una politica del territorio restituito a chi vuole abitarlo nella decenza. Per ora abbiamo una certa idea dell’Italia e della legalità e della lotta alla mafia. Ma se sappiamo quel che accade in Italia da tanto tempo, pur non avendo tutte le prove, già metà del cammino è percorsa e il nostro agire diventa non solo necessario ma anche possibile. Anche questo Paolo lo spiega molto bene, quando elenca le tappe che si percorrono sulla via della speranza. Prima vengono le afflizioni, la conoscenza del dolore di cui sono intessute le cose sperate. Le afflizioni producono la pazienza, e questa a sua volta genera la virtù provata, la messa alla prova attraverso l’azione. Sul suolo dell’esperienza e della virtù provata, infine, nasce la speranza e a questo punto la prospettiva cambia e il cammino si fa chiaro. Allora sappiamo una cosa in più, preziosa: non si comincia con lo sperare, per poi agire. Si comincia con la messa alla prova attraverso l’azione, e solo dalla messa alla prova nascono la speranza, la sete di trovare l’insperato, l’anticipazione attiva – già qui, ora – di un futuro possibile.



Ha detto una volta Giancarlo Caselli una cosa per me non dimenticabile: “Se essi sono morti (parlava di Falcone, di Borsellino) è perché noi tutti non siamo stati vivi: non abbiamo vigilato, non ci siamo scandalizzati dell'ingiustizia; non lo abbiamo fatto, non lo abbiamo fatto abbastanza, nelle professioni, nella vita civile, in quella politica, religiosa”. Per questo corriamo il rischio, sempre, di disimparare perfino la speranza. Di disimparare l’arte che Nando Dalla Chiesa ha spiegato così bene, in questi Stati Generali dell’antimafia: l’arte che consiste nel rispondere allo sfondamento avversario con il presidio, l’accerchiamento, e il contrattacco.

Postato alle 09:31 di lunedì, 02 novembre 2009


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Postato alle 06:50 di domenica, 25 ottobre 2009


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COMUNICATO STAMPA



Napoli, 23.10.09 – POMPEI, CENTRO DI SALUTE MENTALE. SCALA “ NO ALLA CHIUSURA!I SUOI PAZIENTI NON SONO FIGLI DI UN DIO MINORE”



“I Centri di Salute Mentali in Campania versano in uno stato di decadimento e queste condizioni relegano i pazienti, già di per sé penalizzati, all’infelice ruolo di “figli di un Dio minore”. Questo si legge nell’interrogazione che Tonino Scala, capogruppo regionale de La Sinistra, ha presentato stamattina all’Assessore regionale alla Sanità.

“A malincuore bisogna constatare che è sempre difficile richiamare l’attenzione sui malati psichici. Non se preoccupa nessuno, nemmeno l’Azienda Sanitaria che dovrebbe in primo luogo tutelare la salute dei cittadini, di tutti i cittadini, e la sicurezza dei dipendenti”.

Questo lo sfogo di Scala al ritorno della sua visita ispettiva all’UOSM, Unità Operativa di Salute Mentale, di Pompei, avvenuta stamani. L’ ASL NA 3 Sud, ex Napoli N. 5, ha deciso, senza nessun confronto e senza nessuna riunione preliminare con gli interessati, di trasferire organino e pazienti del Centro Salute Mentale di Pompei all’Ospedale di Torre del Greco., decisione che di fatto, ne sancisce la chiusura.

“Decisione incomprensibile. – afferma Tonino Scala – In primis perché le distanze che dovrebbero coprire gli utenti sono tali che usufruire agevolmente dei servizi e delle cure sarebbe impossibile. E poi, come denuncia lo stesso Direttore sanitario di Torre del Greco, non c’è posto nel suo ospedale per ospitare sia l’organico che i pazienti. E’ innegabile che la struttura di via Scacciapensieri a Pompei versa in condizioni fatiscenti. Me ne sono potuto rendere conto di persona stamani. Locali angusti, norme di sicurezza al limite, condizioni igieniche precarie dovute proprio alla mancanza di spazio”. - Continua Scala - “E’ necessario, e non più procrastinabile, dunque trovare un’immobile idoneo, atto ad ospitare il Centro e che salvaguardi la salute dei pazienti, la stabilità e la sicurezza degli operatori. Ma queste decisioni si prendono tenendo conto di una serie di fattori: l’utenza, il comprensorio, le distanze, la disponibilità. E soprattutto non si calano dall’alto. Si sapeva che accorpare le ASL avrebbe creato qualche difficoltà, ma sicuramente non si poteva immaginare che questa operazione avrebbe potuto creare squilibri nel territorio. Alcuni si privilegiano e altri si penalizzano come succede nel comprensorio dell’ex NA 5 da quando è stata fatta la “fusione”.

“La cosa che lascia di più l’amaro in bocca però, è che dovrebbe essere nel dna di chiunque si occupi di sanità pubblica, e anche privata, che la tutela della salute del paziente deve essere la priorità assoluta. – Spiega il Capogruppo - E se parliamo di pazienti che sono costretti ad affidarsi nelle mani di altri perché inconsapevoli e non autonomi, e quindi più deboli, questa priorità diventa assoluta. Invece, avviene il contrario, e questo non solo è triste ma anche amorale.”

“Ho presentato oggi stesso un’interrogazione e ho scritto una lettera all’Assessore regionale alla Sanità per chiedere di bloccare il provvedimento emanato dall’ASL NA 3 Sud, nelle more in cui si trovi una soluzione più idonea. Sono convinto che l’UOSM di Pompei non debba essere chiuso, e questa decisione va difesa con i denti. Ho chiesto la convocazione di un tavolo istituzionale con le parti interessate, in modo da poter arrivare a una soluzione condivisa. Mi piacerebbe anche sapere – conclude Scala - perché la decisione di trasferire l’UOSM nella sede più vicina dell’ex Ospedale civile di Torre Annunziata è naufragata miseramente, una domanda che ho rivolto direttamente all’Assessore.”

“Mi associo alla protesta dei sette Sindaci dei Comuni interessati che stanno provando con ogni mezzo a dire “no” alla chiusura del Centro di Salute Mentale. A loro non va la mia solidarietà, che reputo scontata in questi casi, a loro va il mio impegno. La mia voce si unirà alla loro e nelle istituzioni la farò sentire”.

Postato alle 22:15 di venerdì, 23 ottobre 2009


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Postato alle 22:11 di venerdì, 23 ottobre 2009


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Postato alle 22:09 di venerdì, 23 ottobre 2009


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